Formazione in azienda

La Ue aveva fissato l’obiettivo di partecipazione degli adulti ad attività di formazione e istruzione al 15% entro il 2020. L’Italia dopo un aumento tra il 2013 e il 2014, anni in cui il tasso è passato dal 6,2% all’8%, nel 2015 è ritornata al 7,3%. Distante anni luce dai tassi di partecipazione dei paesi del nord Europa: la Danimarca supera il 30%, la Svezia è vicina a questa quota, mentre la Finlandia è più vicina al 25%. Poi arrivano i Paesi Bassi, la Francia, il Lussemburgo, il Regno Unito che sono al di sopra dell’obiettivo della Eu del 15%, mentre Austria, Estonia e Slovenia sono poco al di sotto. L’Italia si colloca al sedicesimo posto.

Senza un sistema che favorisca la partecipazione sono il livello di istruzione, l’età e la condizione occupazionale e professionale a influenzarla. Il candidato più presente ai corsi è giovane, istruito e occupato in professioni qualificate, quello che invece è pressoché sconosciuto, ma forse sarebbe più bisognoso, è chi svolge un lavoro poco qualificato, ha una scarsa istruzione e ha superato i 45 anni. La sfida è coinvolgere proprio chi più di altri ha bisogno di acquisire, sviluppare, aggiornare le competenze soprattutto per la propria occupabilità.

Il presidente dell’Inapp, Stefano Sacchi, osserva che «in generale gli over 50 mostrano competenze inadeguate rispetto alle innovazioni tecnologiche e organizzative. Questo fattore può ulteriormente ampliare la differenza tra domanda e offerta di competenze e metterne a rischio l’occupabilità».

Il 2015 è stato l’anno in cui la propensione formativa delle imprese ha subito una battuta d’arresto. Il numero delle imprese che ha investito è infatti passato dal 23,1% del 2014 al 20,8% del 2015, secondo l’ultimo rapporto Inapp.

Fare formazione, come sanno bene le aziende che la fanno, ha costi alti e lo scatto potrebbe arrivare dalle risorse. Se guardiamo al contesto europeo (Ue 28) tra il 2004 e il 2014 la spesa complessiva è stata intorno all’1,8% del Pil. Con un diverso approccio alle politiche attive e passive. Per esempio l’Italia, secondo quanto emerge dal rapporto Inapp, fino al 2014 ha aumentato la spesa per le passive e ridotto l’investimento per quelle attive.

Se la formazione è la miglior polizza per l’occupabilità sarebbe auspicabile garantire le condizioni di fattibilità.

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